venerdì 9 ottobre 2015

La mia intervista sul numero di “Minerva” di ottobre a Elena Venditti, autrice di “Non mi abbracciare”


La copertina di Minerva di ottobre 2015

Il 23 settembre 1980 si aprono le porte del carcere, dove trascorre quattro anni e mezzo con l’accusa di banda armata, associazione sovversiva e rapina. La sua storia di “terrorista nera” inizia nel 1979 quando, con l’ingenuità dei 20 anni, si innamora del capo fascista della sua zona, la Cassia a Roma. Lui, Livio, ha 17 anni e fa parte dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), organizzazione di estrema destra di stampo neofascista nata a Roma e attiva dal 1977 al 1981.  Il suo nome si legherà a una delle pagine più tragiche dell’Italia: l’attentato nella stazione di Bologna, avvenuto il 02 agosto 1980, che causò 85 morti e 200 feriti.
Lei è Elena Venditti, figlia di Renato Venditti, voce autorevole de “L’Unità” e “Paese Sera”, giornalista stimato e temuto da politici quali Aldo Moro e Giulio Andreotti, autore del “Manuale Cencelli” in cui rivelò le modalità con le quali la Dc spartiva l’assegnazione dei ruoli all’interno dei partiti. Elena cresce in una famiglia storica della sinistra romana, comunista e antifascista, con la madre a capo della sezione Pci del quartiere e la sorella, Mariella, oggi volto noto del Tg3, impegnata con i giovani comunisti.
La sua storia è raccontata in “Non mi abbracciare”, edito da Aliberti Wingsbert House.
Dopo “Un uomo” di Oriana Fallaci, definito dalla critica una delle più belle dichiarazioni d’amore scritte da una donna a un uomo, “Non mi abbracciare” di Elena Venditti ha titolo per essere annoverato tra le più belle opere d’amore scritte da una figlia a un padre.  Il libro ha vinto a luglio il Premio “Ugo Gregoretti - Landolfo d'Oro 2015”, e a soli tre mesi dalla pubblicazione è già alla seconda ristampa.
Sul sito della storica rivista “Minerva” la mia intervista a Elena Venditti.


Papà,
una volta, avrò avuto diciotto anni, ho costruito una strada di foglietti partendo dalla camera mia fino ad arrivare al comodino accanto al tuo letto. Ho fatto come Pollicino, ho delineato una traccia per non perdermi, e quella traccia portava a te. Un segmento che ci unisse finalmente, una corda lanciata perché tu la raccogliessi. Un telefono bizzarro che mettesse in comunicazione noi due, per la prima volta. Una comunicazione diretta, senza intermediari, senza l’intercessione di mamma, l’ambasciatore ufficiale in terra straniera. Tu, una terra straniera che non concede visti, che non ammette viandanti. Una monade avulsa, inespugnabile come un bunker.
Non hai chiesto a me perché avessi tracciato con la carta quella rozza linea di contatto. L’hai chiesto alla madre cuscinetto. Non a me, a lei, ancora una volta a lei, come hai sempre fatto.
Eppure sarebbe stato più semplice chiederlo a me, avresti avuto una risposta. Forse sarebbe stata una risposta evasiva, forse avrei sdrammatizzato dicendoti che era uno scherzo, un esperimento, un gesto istintivo senza senso.
Ma avremmo stabilito un contatto tra padre e figlia. Così non è stato. Così non è mai stato. Era maldestro il mio tentativo, infantile e malamente abbozzato. Ma il messaggio era chiaro e tu non hai voluto coglierlo, perché coglierlo avrebbe significato scendere al mio livello e parlare. E tu non ne hai mai avuto il coraggio. Più facile delegare tappandosi occhi e orecchie.
Su quei foglietti, tutti uguali e ingialliti, un residuo della carta intestata dell’azienda di nonna Maria, c’era scritta una sola parola: HELP.  

(Elena Venditti, Non mi abbracciare, Aliberti Wingsbert House, 2015, pag. 27/28)

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