mercoledì 28 agosto 2013

Ferite a morte


È stata l’estate del femminicidio in Italia, dove quasi quotidianamente i telegiornali ci hanno riportato notizie di violenza e morte di compagne, ex fidanzate, figlie, madri, sorelle. Tutte vittime della violenza dei loro uomini. Mi sono più volte chiesta se sia da considerarsi casuale l’aggravarsi del fenomeno con l’acuirsi della crisi economica. Personalmente ritengo la violenza sulle donne e la crisi economica non siano indipendenti, e a confermarlo sono state alcune letture di interviste e testi di femministe e dissidenti di importanza internazionale: la dipendenza economica dal proprio marito/compagno fanno della donna un bersaglio facile per sottometterla, alienarla, usarla come valvola di sfogo.
La scelta di questo brano di Serena Dandini, tratto da “Ferite a morte”, finito di leggere in questi giorni, non è casuale. Si sottovalutano spesso, infatti, alcuni segnali legati a imposizioni di stile di vita, dimenticando che dove manca la libertà è già violenza.


Luna di miele

C’è un errore sul modulo, qui c’è scritto: «Deceduta il 3-6-2009, sul cadavere riscontrate evidenti tracce ecc. ecc. Morte dovuta a numero 8 pugnalate ecc. ecc. Il colpo mortale inferto nella regione ecc. ecc.». Non è così! Ditelo la criminologo, l’indagine è tutta da rifare! Che m’importa che l’ha detto Bruno Vespa… non è così, lo saprò io o no?
«Ora del decesso 14,30» Nooo, non ci siamo, io sono morta prima, molto prima, per l’esattezza sei anni e un mese prima, praticamente subito dopo il matrimonio, proprio durante il viaggio di nozze.
Eravamo bellissimi, Capri era un sogno, 30 aprile 2003, ecco, ricordo perfettamente, per la precisione erano le ventidue e trenta, per gli orari sono infallibile, tra l’altro indossavo quel nuovo orologetto tipo Bulgari, ma imitato benissimo, che Piero mi aveva regalato prima del matrimonio e allora sai com’è, quando hai una cosa nuova la guardi in continuazione e infatti lo stavo proprio rimirando con il suo bel quadrante  puntinato di brillantini, non brillantini veri, però Swarovski sì,  erano Swarovski di sicuro, tutti intorno al quadrante ma anche piccoli piccoli sulle lancette, dei puntini luminosi come stelline che stavo fissando quando è arribvato il primo ceffone.
«Stai attenta a come ti muovi, che tu sei mia. Hai capito? Mia e di nessun altro!»
«Ma di chi amore mio, che dici? Chi altro?»
«Ho visto come hai guardato il portiere dell’albergo…» E giù un altro ceffone.
«Ci hai fatto un pensierino, vero? Magari mentre io dormivo voi ve la spassavate, eh? Ho visto come lo guardavi!»
«Ma che dici? Io neanche mi ricordo che c’era un portiere…»
Al terzo ceffone mi è cominciato a colare qualcosa di caldo dal naso, ho pensato che vergogna il moccio proprio la prima notte di nozze e invece era sangue. L’ho capito dalla goccia che è caduta sulla camicia da notte di Laura Biagiotti che le amiche mi avevano regalato la sera dell’addio al nubilato: un completo con vestaglia abbinata e una fila di brillantini (forse anche quelli di Swarovski) tutto intorno alla scollatura, lo sanno tutti che a me piacciono i brillantini…
«Hai capito questa parola? Ora sei una cosa mia.»
«Ma certo che sono tua, ti ho sposato per questo amore mio.»
Come andrà via il sangue dalla seta bianca? Mi sa che non è proprio seta-seta, ci sarà di sicuro una percentuale di sintetico per dare questa bella lucidità e poi c’è scritto che non si deve stirare, quindi…
Al quarto ceffone, che era quasi un pugno, sono caduta a terra, credo pure di essere svenuta per qualche minuto, non me l’aspettavo, e sono rimasta lì sul pavimento senza fiato.
«Amore mio credimi, io amo solo te, non ti darò motivo di dubitare, se vuoi usciamo sempre e solo insieme noi due, tanto che ci vado a fare da sola in giro, hai ragione, senza te non mi diverto, ti amo stella mia, e se vuoi lascio pure il lavoro, tanto era un part time giusto per avere un po’ di soldini miei, hai ragione che ci faccio? Se ho bisogno chiedo a te, e poi che mi serve? Hai ragione, è inutile questo debole per le borsette, a chi devo piacere, chi mi deve vedere? Ero troppo vanitosa prima di sposarti, ora ho capito, anima mia, quanto mi vuoi bene, mi stai aiutando a migliorare, ma da mia madre almeno la domenica ci posso andare? Magari mentre vedi la partita, ma se non vuoi no, verrà lei… qualche volta certo, anche se ultimamente non sta bene, la vedo preoccupata, affari suoi, noi abbiamo la nostra famiglia, la nostra famiglia siamo io e te e io sono tutta per te, io sono tua…»
Quando è tornato dal bar del paino terra sapeva di whisky, o forse era amaro Averna, sentivo poco gli odori perché mi si era un po’ gonfiato il naso anche se, lavandolo con l’acqua fredda, il sangue rappreso era andato via. Sulla camicia da notte invece era rimasta una macchia proprio sul davanti, per quanto ho strofinato non c’era stato verso, sangue e vino rosso sono micidiali, ma per fortuna ne avevo un’altra, io su queste cose sono previdente, non mi cogli in fallo, doppio di tutto…
«Ripeti, ripeti, o mia o di nessun altro.»
Quando è arrivato a letto, mi ha carezzato i capelli e la ferita e abbiamo fatto l’amore… abbiamo, l’ha fatto lui, perché io ero già morta, stecchita. Ecco perché, quando sei anni dopo mi ha ucciso veramente con il coltello del pane, io non c’ero già più da tanto tempo…
«O mia o di nessun altro!»
Tanto la vera essenza di me non c’era più, ero diventata una cosa sua e una cosa non può morire perché una cosa è inanimata.
Per la cronaca, quella macchia poi non è più andata via neanche con la candeggina.


Serena Dandini, Ferite a morte, Rizzoli, Milano, 2013, Euro 15,00

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